Smarrita va la zattera precaria
e cerca approdo all’isola sognata
ma non saprà se c’è né sa dov’è
al sopraggiungere dell’onda e affonda
lasciando traccia quasi impercettibile:
appena istante-guizzo o goccia-schizzo
o punto minimo che la spirale
di spaziotempo annichila vorace.
Dimenticare illude e disperarsi
non serve ma lenire esorcizzando
il mal di vivere si può, si deve:
cercando a corpi avvinti l’altro istante
in cui si espande il tempo in nuovo ciclo
vitale fatto d’aria ch’è respiro
e terra verdeggiante e fuoco ardente
In memoria del mio prozio Mons. Angelo Venturiello (*) nel settantennio della morte (25 maggio 1939 – 2009)
La luce ed i colori di Castello
io vidi tardi, quando intorno a Te
splendeva l’unica monocromatica
eterna Luce. In vita Tu ne fosti
vestale non soltanto, ma anche faro
– tracciando vie al gregge e a Te pastore –
e testimone di memoria e storia:
colori frammentari del Prisma unico.
Già spento il faro allora agli occhi miei,
ne restano barlumi in altri cuori
che vivi palpitano ancora: è unisono
e il mio, per quanto immemore, s’illumina.
__________
Di là io so
che non andrò
tra frigide grigiombre
di miseri grigiorni
a fingere
di vivere
o vivere
per fingere
avendo solo in mente
il frantistante minimo
di luce che non c’è.
Di qua io so
che resterò
nel cono rosaluce
ch’è sorto e che rimane
vitalba
azzurra
da vivere
insieme
in tempo che non mente
perché non fintofranto
ma eternistanteluce.
(08.2.09)
Nell’ora pallida del giorno ancora
in grembo della notte in doglia, forse
recalcitrano entrambi all’incalzare
del tempo che li domina rendendoli
strumenti docili al suo ritmo alterno
ma cedono ed è notte per la notte
ad occhi chiusi mentre li apre il giorno.
È luce piena ovunque nello spazio
intorno, ma non dentro me che pure
nel tempo cerco un minimo di luce
sia pure pallida ed incerta come
per un istante appena vista prima
e che più viva ancora sento in me
testardo mentre chiudo gli occhi al sole.
E tento di tornare lì in penombra
dov’ero poco fa davvero o forse
non c’ero oppure mi è sembrato d’essere
o forse non ricordo più né so
se mai ci sono stato e quando e come:
non so nemmeno se ora sono lì
o invece sempre qui ma non vorrei.
(30.1.09)
Dal tempo con i versi misurato
so che oggi è capodanno di poesia:
di te che alla parola, in agonia
e ormai silente, hai ridonato fiato.
Lontana tu non eri né la scia
preziosa d’un pensiero che ha cercato
finora invano e a stento immaginato
la bussola o la stella che di via
sicura fossero segnali certi
e non illusi sogni ad occhi aperti.
Svaniti i sogni adesso è vita vera
che replica l’istante che non c’era
e che per incantesimo o magia
rinnova cori ed echi. E tu sei mia.
Si specchia un mormorio di solemare
laggiù lontano dove l’onda asciuga
l’estrema lacrima sfuggita al giorno
arreso e l’ombra della sera pronta
vestale accoglie su di sé frammenti
di luce minimi ma vivi al rito
di veglia della notte che già tace
e dona la carezza blu d’un alito
di vento a un mormorio di stellemare.
I
Qualcuno ha mai colpa di che?
Cerchiamo imputati dovunque
con metodi identici a quelli
di caccia alle streghe e sommarie
sentenze e condanne già scritte;
non crepa l’astrologo e leva
il suo ululato alla luna
né il meteo che annuncia tsunami
ma pure Cassandra è ascoltata:
credibili tutti se dicono
che i mali del mondo ci piovono
addosso e possiamo indossare
la veste stracciona di vittime.
E noi incolpevoli sempre.
II
Sappiamo chi è causa di che?
Se siamo o non siamo capriccio
del caso o divino disegno
rimane problema insoluto
da sempre e lasciamolo lì
ma, quando il giudizio sospeso
esclude che ruoli vi siano
alieni ai segmenti – neutrali
anch’essi – di spazio e di tempo
che ci ospitano e traversiamo,
chiediamoci se consapevoli
o no quel che accade è voluto
nel bene e nel male da noi.
Se fosse mi chiedo che fare.
III
Proviamo: "Conosci te stesso"?
Non solo "Conosci te stesso"
mi dico ma pure di amare
di più tutti gli altri e ogni cosa
con nuovo ma antico stupore:
carezze di suoni colori
profumi sapori io respiro
a farne scintille che infiammano
e nutrono l’anima e mutano
in oro le scorie e miserie
residuo di giorni consunti
che smemoro chino alla fonte
che placa l’immemore sete.
Mi abbevero ed urlo tacendo.
(in memoria di Italo Evangelisti che, per un incidente stradale, ci ha lasciato il 13 settembre 2008)
Lo so che non glie l’hai
di certo chiesto Tu
(e quando, quando mai?)
"Luna, che fai lassù?".
Al più guardavi lei
con ciglia di traverso:
"Brutta figlia... che sei,
che non m’ispiri un verso
e dicono ridente
la tua faccia irridente
e... stralunata, storta
che non si sopporta:
se è d’accordo qualcuno,
perché domando, ohibò,
a raddrizzarla un po’
non ci pensa nessuno?
* * *
Inutile davvero a Te l’intera
Faccia bulimica nel buco nero
faccia tosta di madreperla
ferma nel cielo
oppure in parte se malvolentieri
falce di luna
taglia affilata
i miei pensieri
o quando clandestina e mascherata
ora nera nel nero cielo
si cela la luna del mistero
lampadina fulminata
o se perfino il mito suo scompare:
vedi annegare nel secchio
la tua luna
* * *
Tu amavi più la vita
che il bisogno di sogno
e a Te non è servita
la luna o musa alcuna:
è poesia / radicare
un verso dentro /.../ mettere
il viva voce e via
aspettare /.../
se è una voce che strilla
da fermare per strada
chi passa ed ascolta
o se nessuno si volta.
* * *
Io che passo mi volto
e nei versi non cari
alla luna riascolto
echi e luci lunari.
(
Non è cambiato mai
quest’angolo visuale
di un pezzo tutto mio
di mondo che mi si apre
aprendo la finestra
e che ogni volta cambia:
è sempre un nuovo cielo
e un nuovo mare. Uguale
e anonimo è il viavai
che passa a testa bassa,
ma un solo sguardo intorno
- tra cielo e mare - e dentro,
se non la forma - chino
il capo - cambierebbe
sostanza in un inchino.
La quotidianità strattona troppo
e ruba il tempo e assilla. Non la notte
in ore in cui la mente s’abbandona
pensandoti ed insieme trascinando
il corpo in ansia che già vibra e freme
per te che vivi ormai in me come ora
e se potessi leggere il pensiero
sapresti allora quanto maledico
lo spazio e il tempo che colpevolmente
elevano barriere tra di noi
inutili a celare il desiderio
di averti qui fra le mie braccia e amarti
donando a te il piacere che mi scuote
il corpo perché l’anima possiedi
bottino della tua e mia vittoria:
abbiamo vinto insieme conquistandoci
ma tregua non sarà. D’amore mai.